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Salone Flora PDF Stampa E-mail

banner_salone_floraIl salone Flora è un’elegante sala convegni posta al primo piano di Palazzo Imperiali, decorata da affreschi del Maestro Agesilao Flora,  arredata con mobili d’epoca di Cantù ed attrezzata di impianto stereofonico.

La capienza è di poco meno di 100 posti a sedere. Utilizzata per la celebrazione di matrimoni civili o per iniziative senza scopo di lucro che abbiano un carattere sociale, culturale, religioso, scolastico e sportivo quali conferenze, concerti,  convegni, seminari,  manifestazioni artistiche. (cfr. Regolamento per la concessione in uso di strutture comunali di Palazzo Imperiali e Tariffe in uso- Palazzo Imperiali).L’istanza di concessione in uso, debitamente motivata, va inoltrata al Sindaco, almeno una settimana prima della data di utilizzazione e viene acquisita dal protocollo generale del Comune costituendone criterio di priorità nell’assegnazione [modulo: Richiesta spazi culturali].

Descrizione Artistica

La sala è stata affrescata  nel 1927 dal maestro Agesilao Flora, eclettico artista salentino nato a Latiano nel 1863. Gli affreschi nacquero da una intensa collaborazione tra l’artista e colui che ne avrebbe seguito poi le orme come più attivo e fedele allievo, Salvatore Murra.
Sul soffitto della sala sono raffigurati “Roma”, “Il Salento” e “L’Italia” . Per i due riquadri  del  “Il Salento” e “Roma”, il Flora riprese alcuni versi di due grandi autori dell’età augustea, che una lunga tradizione considera “i classici” della letteratura latina, Virgilio e Orazio, per svolgere in chiave allegorica tematiche di carattere sociale e politico.
Nel quadro in cui rappresentò il “Salento” , l’artista richiamò il primo verso del primo libro delle “Georgiche”, poema didascalico dove Virgilio espose i precetti generali per la buona coltivazione dei campi: la seminagione, l’aratura, la rotazione delle culture, gli attrezzi agricoli, i buoni e i cattivi sogni del raccolto, il lavoro in estate e in inverno e come si riconosce il cambiamento del tempo.
Attraverso il poema, Virgilio volle suggerire nel lavoro agricolo uno strumento di progresso e redazione morale (“Quid Facit Laetes Sagetes Quo Sidere Terram Vertere” – “Che cosa renda fausto il raccolto, sotto quale stella convenga arare la terra”) in risposta alla crisi economica e sociale dell’Italia, provata da mezzo secolo di guerre pressocché ininterrotte (dalla morte di Cesare fino all’insediamento di Ottaviano Augusto.
In effetti, in illore tempore, l’economia dell’Italia era fortemente compromessa: le terre abbandonate, interi ceti agricoli impoveriti e disperati.
Da qui, nasceva pertanto, l’esigenza di un intervento dello Stato che sarebbe stato efficace solo qualora si fosse costituita una salda coscienza morale e civile che, nella terra e nel lavoro, riscoprisse il mezzo di una rinascita economica e sociale ma, prima ancora, il luogo naturale e ideale della sanità della vita.
Analogamente il Flora, nel suo affresco, ripercorse problematiche vissute nel territorio talentino tra gli anni ’20 e ’30 e “recuperò”, in qualche modo, il tessuto ideologico  che si celaca dietro i versi virgiliani. Proponendo un rapporto uomo – natura, necessario, probabilmente ora più che mai, a contrastare un periodo di così profondi sconvolgimenti, di crisi, di incertezze, l’artista intendeva trasmettere, con i colori della verdeggiante campagna salentina, i valori che legavano alla propria terra, non solo intensi secondo l’accezione di forme di sostentamento, ma anche, e soprattutto, come legami con le proprie radici, con le proprie tradizioni.
Và detto, infatti, che in questo decennio, il Salento, benché non particolarmente sconvolto sotto l’aspetto culturale, viveva, invece, un periodo contrassegnato dalla disoccupazione, dall’irrequietezza politica di chi inseguiva speranzosi rivolgimenti utopistici e di chi cercava di reagire.
Come nella Città, così in provincia (nonché in tutta Italia), negli Anni Venti, si susseguirono massicci flussi  migratori, giacchè la disoccupazione raggiunse cifre incontrollabili.
In tal modo, l’artista volle suggerire, nella dualità di questa rappresentazione, le “due anime” del territorio talentino dell’epoca: la prima, quella di un mondo dominato dalla serenità della vita campestre, evocato da un’immagine del lavoro dei campi e dalle tonalità chiare e luminose; la seconda, quella di un mondo impoverito e disperato, che viveva i nuovi disagi conseguenti alla disoccupazione, e che il Flora raffigurò con piroscafi che sembravano affondare sotto un cielo cupo e plumbeo.
Per esaltare la grandezza di Roma Capitale, probabilmente il Flora non avrebbe potuto trovare versi più ispirati di quelli tratti dal “Carmen Speculare” (“Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas, aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius” – “Il Sole, che a tutto da vita e che sul cocchio splendente dispensa e cela la luce, e che ogni giorno nasce diverso ed uguale, possa veder nulla mai più grande di Roma”) l’inno composto da Quinto Orazio Flacco nell’anno 17 a. C. su incarico di Augusto, a celebrazione della sua politica.
Questo carme, che tra l’altro consacrò il riconoscimento di Orazio come poeta nazionale, voleva essere una preghiera ad Apollo e Diana perché concedessero a Roma prosperità, moralità e potenza.
Del resto, si inseriva nell’ambito della celebrazione dei “Ludi saeculares” , che avrebbe dovuto sancire la nuova era felice, aperta dal regime di Augusto, testimonianza di un’epoca di guerre civili e di lotte che si chiudeva e di un’era di pace che si apriva. I ludi sancivano ufficialmente l’inizio della Pax Agusta.
Richiamando questi gloriosi versi cantati da Orazio, emblema di quelle virtù che fecero grande Roma, quali la paupertas, la giustizia, il senso religioso (la pietas e la fortezza), il Flora raffigurò in chiave allegorica la “Città Eterna” , esaltandone la magnificenza e l’eternità attraverso i suoi simboli e i suoi monumenti più rappresentativi.
Infatti, l’artista dipinse la lupa che allatta Romolo e Remo per ricordare la fondazione; proseguì rappresentando la “Roma caput mundi” con l’arco di trionfo di Augusto; simboleggiò il periodo dello Stato Pontificio con l’imponente cupola della Basilica di S. Pietro; mentre raffigurò la Roma capitale d’Italia unita con il monumento sacconiano a Vittorio Emanuele II.
Nel quadro centrale l’artista raffigurò, inoltre, in chiave allegorico-celebrativa, l’”Italia” immersa in un’intensa luminosità che ne accentua l’effetto di fasto scenografico, circondata dalle personificazioni delle Arti e delle Virtù universali, quali fondamenti in grado di esaltare una società caratterizzata da virtù civiche e morali.
[testo tratto da: Agesilao Flora: la decorazione di Palazzo Imperiali a Latiano di Alessandra Guido, Latiano 2006. Per altre notizie sul Flora cfr: Agesilao Flora (1863- 1952) “Pittore e idealista”, Latiano 2008]

 

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